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II Nocciolo  (Corylus avellana L.)


II Nocciolo (Corylus avellana L.) è una Corylacea dell'Europa e dell'Asia occidentale meridionale, comune in Italia nei boschi di collina e di bassa montagna dimostrandosi assai frugale e quindi capace di adattarsi alle più diverse condizioni ambientali. Spesso presenta uno sviluppo rapido e rigoglioso tanto da essere considerata una vera e propria pianta infestante.

Dal punto di vista ecologico si può considerare una buona essenza colonizzatrice che concorre a migliorare le condizioni del terreno favorendo lo sviluppo di altre specie più esigenti. E' presente in tutti i boschi misti delle Alpi e degli Appennini, disdegna le associazioni folte e i terreni basici amando particolarmente quelli sciolti e freschi.
Si tratta di un arbusto che può raggiungere le dimensioni di 5-6 metri con rami a corteccia sottile da liscia a più o meno rugosa, grigia all'esterno, bianca all'interno. Nell'esemplare giovane sono comuni piccole screpolature trasversali di colore chiaro: le lenticelle. Alla base del tronco emergono spesso numerosi polloni diritti e lunghi. I rami molto giovani hanno peli lunghi circa 2 mm. terminanti con una capocchia ghiandolare.

La foglia ha un picciolo lungo circa 2 cm. con lamina fino a 12 cm rotonda o elittica, pelosa, acuminata all'apice con margine doppiamente seghettato. Molto caratteristica è la nervatura: da un nervo centrale si dipartono nervi di secondo ordine paralleli fra loro e riuniti da quelli di terzo ordine sempre paralleli fra loro e con poche ramificazioni tanto da ricordare i pioli di una scala.
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I fiori sono maschili o femminili (unisessuali) portati dalla stessa pianta (monoica). La fioritura avviene a febbraio: i fiori maschili sono riuniti in amenti in autunno rosei e a fine inverno giallo oro, i femminili isolati o riuniti in gruppi fino a sette sono simili a gemme ma con gli stili sporgenti di colore rosso.

Interessante è il fatto che l'impollinazione avviene a fine inverno mentre la fecondazione avviene in estate con conseguente variabilità nel rendimento in relazione alle condizioni ambientali della primavera.

Il frutto è una noce contenente un seme oleoso parzialmente avvolta da un involucro erbaceo e sfrangiato. Le nocciole presentano uno dei prodotti di maggior interesse per alcune zone dell'Astigiano.
Sono state create numerose varietà di interesse agronomico ma anche ornamentale in quanto alcune presentano particolari colorazioni del fogliame o hanno portamento piangente. Particolarmente interessante è il carbone che si ricava dal legno, usato per la preparazione della polvere pirica e per i famosi carboncini da disegno.

Numerosi parassiti attaccano il Nocciolo provocando spesso gravi danni. Tra questi ricordiamo l'Acaro delle gemme, le Cimici, gli Afidi, i Lepidotteri defogliateli, il Balanino e l'Agrilo. Oltre a Batteri e Virus, alcuni funghi attaccano il Nocciolo; la Nectria ditissima, che provoca lesioni ai tessuti conduttori, l'Oidio che difficilmente crea seri problemi, l'Armillaria mellea e Rosellinia necatrix che provocano il marciume radicale.
linea La coltivazione del Nocciolo può essere praticata là dove la temperatura media annua è tra i 12 e i 16°C con abbassamenti al di sotto dei 7°C per almeno un mese in modo da favorire le necessità delle gemme. Temperature al di sotto di -8°C arrecano danno alle gemme femminili.
Temperature superiori a 35°C con bassa umidità atmosferica possono nuocere all'apparato fogliare. Ottocento mm. di pioggia regolarmente distribuiti nel corso dell'anno sono sufficienti alla pianta senza interventi irrigui.

Il terreno preferito è quello sciolto e fertile con un contenuto in calcare attivo inferiore all'8%. La specie rifugge i terreni argillosi e in presenza di eccesso di calcare presenta fenomeni di clorosi.

Nei dintorni di Asti il noccioleto è stato introdotto come coltura alternativa al vigneto in terreni collinari, con esposizione nord-nord est, prevalentemente sabbiosi. In seguito allo spopolamento delle campagne, in alcune zone, anche il noccioleto è stato abbandonato e si assiste all'instaurarsi di una vegetazione spontanea tipica. In quelli tuttora coltivati si distinguono due diverse situazioni per quanto riguarda la gestione del suolo: in alcuni vengono praticate lavorazioni superficiali mentre in altri si procede alla raccolta delle foglie e dei residui legnosi che vengono poi bruciati lasciando sul terreno aree cosparse di ceneri. Tali aree si alternano ad altre, normalmente ricoperte da muschi. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, in tali zone, non abbiamo notato la comparsa di specie fungine tipiche dei "terreni bruciati".

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